Nier Replicant, tra sorpresa e consapevolezza

Sappiamo tutti che le opere autoriali, da Death Stranding a Sekiro: Shadows Die Twice, abbiano bisogno di un po’ di tempo per essere comprese. Le idee devono decantare, noi dobbiamo lasciarle fare e aspettare, spesso in disparte perché non vengano disturbate, a volte vicino perché vogliamo cogliere ogni sussurro. 




 
Yoko Taro è uno sviluppatore autoriale, un pazzo, un genio e un visionario; difficile da capire e apprezzare, semplice da fraintendere al primo colpo. Yoko Taro è un po’ quel vicino di casa che urla fuori dal balcone di essere stufo di pagare le bollette del gas, ma nel frattempo sta dipingendo un paesaggio mentre fischietta un motivetto allegro, persino orecchiabile. 
 
 Diciamocelo, NieR Replicant è un’opera umana, dal grande impatto emotivo. A parte alcuni esempi (tra cui quelli sopracitati), è probabilmente il prodotto che tratta delle tematiche importanti senza andare di fretta ma prendendosi il suo tempo, diluendolo sapientemente. Mica è semplice arrivare a una simile maturità: dirigere non è un lavoro per tutti, figuriamoci farlo con una lore complessa come quella di NieR.

Ma se c’è una cosa di cui sono certo, è che abbiamo dato delle definizioni a ogni nostra run. Le denominiamo “Run A”, “Run B”, “Run C” e “Run D” per fare di fretta, ma non ci accorgiamo quanto stiamo cambiando, mentre ripensiamo a quello che abbiamo giocato, e portato a termine. Avendo concluso la “Run A”, è da oggi pomeriggio che ho scelto il termine adatto per definirla: “Sorpresa”. 
 
 C’è chi non ha mai giocato a Nier Gestalt, undici anni fa. C’è chi ha scelto di avvicinarsi ora, magari perché ha giocato a NieR Automata, speranzoso di vivere un’esperienza similare, se non più intensa e particolareggiata.

In parte quel giocatore è riuscito a trovare quello che cercava in Replicant, che sa soltanto quello che non è; se solo capisse, effettivamente, cos’è: né una remaster, né un remake, ma sicuramente è un videogioco. Un punto fermo nella Via Lattea del panorama videoludico, un corpo fluttuante ma splendido, circondato da stelle e stalle, da certezze matematiche e da ipocrisie.

La Sorpresa è la”Run A”: non avendo giocato alla versione di dieci anni fa, era il momento giusto per rimediare, e la mia copia l’ho comprata sullo store digitale di Xbox per giocarlo subito, al Day One. Era da tempo, e lo dico col sorriso, che non compravo un videogioco nel suo giorno di lancio: è stato difficile trattenersi. Ma se devo essere sincero, è stato bellissimo. Immerso in quel mondo devastato, prosciugato e senza vita, ho provato una sensazione particolare: il peso di avere responsabilità verso Yonah, come se fosse effettivamente mia sorella. E per quanto Sophia, la mia sorellina, sia l’unica che mi faccia battere il cuore, Yonah è riuscita a fare lo stesso, dall’inizio alla fine della run A. La Sorpresa è stata quella di ritrovare Yonah, di riabbracciarla, di ridarle in un certo senso quello che l’è mancato per tanto tempo. Mentre lei dormiva, noi camminavamo con Emil e Kainé in paesaggi meravigliosi, conoscendo uomini, donne e bambini bisognosi d’aiuto e ascolto. Mentre svolgevamo quelle semplicissime fetch quest, la cinepresa di Yoko Taro ci seguiva assieme alle più dolci composizioni musicali mai create. Noi siamo abituati ad avere una nostra playlist, Yoko Taro ne ha una per NieR, e ne ha altrettante per ognuno dei suoi personaggi.

La Sorpresa, alla fine della Run A, era già chiara da un bel po’ di tempo: che era solo l’inizio, e che di novità in NieR Replicant ce ne sono tante. Non voglio discutere del sistema di combattimento, che trovo fluido e divertente.

NieR Replicant, dal lato tecnico al gameplay, non innova né propone qualcosa di diverso rispetto ai JRPG più strutturati e meglio realizzati. NieR Replicant è semplice. Yoko Taro non è uno che segue le idee altrui, ma le sue, e non è cosa di poco conto: è qui che l’autorialità diventa un punto di forza. Non vediamo Yoko Taro come l’alternativo della situazione, né quello che vuole essere diverso perché è bello e vende. Yoko Taro è se stesso, come lo sono Hideo Kojima e Hidetaka Miyazaki, come lo è stato per un lungo periodo anche Nolan.

Ora, va detto: la mia esperienza su NieR non è ancora conclusa. Ho però definito la run B, che ritengo emozionalmente più devastate dalla prima. Ho scelto il termine “Consapevolezza” mica perché sono indeciso su quale titolo affibbiargli: è grazie a tutte le sensazioni secondarie, ai video inediti e al resto che mi sono convinto che c’è un messaggio ancora più profondo, da ricercare solamente nel rapporto che stringiamo coi personaggi, da Emil a Kainé, e sulle situazioni che abbiamo vissuto nella run A, che ritornano preponderanti, devastanti allo stesso modo. Pensate che sia semplice vivere senza dispiacersi per il fato di qualcuno a cui vogliamo bene? 
 
 Non è solo NieR a provare la mancanza dei suoi amici, costretti a dormire fuori dal villaggio perché Devola e Popola temono che Kanié ed Emil siano pericolosi. No, c’è molto di più: ogni personaggio, da quello sconosciuto a NieR stesso, ha una storia da raccontare, una preoccupazione e, se non fosse abbastanza chiaro, una vita. NieR Replicant parla direttamente all’umanità perché è un titolo imperfetto, riuscendo a essere unico al pari di Death Stranding, The Last of Us o Sekiro.

Non è semplice farlo con questa semplicità, non è scontato né insolito vedere in un prodotto simile una cura così attenta alle sensazioni, alla scelta delle composizioni musicali per un determinato momento, e a un gameplay semplice, a un sistema di combattimento, rispetto al predecessore, decisamente meglio implementato, fluido nonché divertente. La consapevolezza, nei riguardi sia dell’opera finale che della storia, risiede in queste piccole sfaccettature. E sapete qual è il bello? Che NieR Replicant non è ancora finito, nonostante io sia a quasi quaranta ore di gioco, e solo alla fine della Run B. 
 
Prima di lasciarvi con una riflessione, voglio chiarire un dettaglio: NieR non è un gioco per tutti, ma non è neanche un titolo per pochi. Non penso che esista una truppa elitaria di giocatori, né che esista soltanto un esercito di videogiocatori arrabbiati col mondo. Io penso che esista la curiosità, che dovrebbe spingerci anche oltre la nostra comfort zone, desiderosi sia di apprendere, quanto di comprendere. Di comprendere cosa si abbia di fronte, di viverlo senza stereotipi.

NieR Replicant insegna quanto sia importante provare a superare un ostacolo per arrivare a una soluzione, e dopo alla sua conclusione. NieR Replicant non è quel videogioco che vuole sorprendere perché vuole farlo; a Yoko Taro non interessa minimamente. Nier Replicant è un videogioco umano, vero e concreto, semplice e appagante. 
 
Alla fine il “Non è per tutti” è una giustificazione. Potrete amarlo, potrete odiarlo. Potrete adorare Yoko Taro, potrete volere la sua testa su una picca. Non potrete però, se continuerete NieR Replicant, fare a meno della sua storia. 
 
Perché, in fondo, è anche la vostra. 


Commenti